venerdì 2 marzo 2012

Ernesto Sabato, scriba dell’anima: Recensione a "Prima della fine", autobiografia dello scrittore argentino

Si può scrivere un libro per tanti buoni motivi, ma fra questi il migliore è certamente lo scrivere per gli altri. Soprattutto se a farlo è un uomo attempato, allo stremo delle forze, poco prima della fine.
E’ a tutti noi che il grande Ernesto Sabato dedica “Prima della Fine”, specie per i giovani “orfani di cielo e di Terra”, naufraghi in un mondo che ha sostituito alla ricerca della bellezza l’avidità e l’ossessione per la tecnica.  A pochi mesi dalla morte, le edizioni “Sur”, nuova linea editoriale di Minimum Fax per la letteratura latinoamericana, ripropongono l’ultimo libro dello scrittore argentino, pubblicato per la prima volta nel 1998. Ai più Sabato sarà noto per la nomina a presidente della Commisione nazionale argentina sui desaparecidos che, dopo la caduta della giunta militare, indagò sulle atrocità commesse dal regime peronista. Questo libro restituì all’Europa l’esatta dimensione di uno dei più grandi intellettuali del Novecento. “Prima della Fine” è molto più di un testamento spirituale: è una lettera aperta, una richiesta d’aiuto rivolta a chi ancora sogna di “trasformare la vita in uno spazio di umanità”.
Il mondo corre rapidamente verso l’oblio: è questa la lucida dichiarazione i Sabato, proferita senza mezzi termini, senza il timore di essere accusato di bieco pessimismo. Il nostro sistema economico, come ha scritto, ha la presunzione di presentarsi come l’unica alternativa possibile. Così ha sempre fatto il ne-liberismo che, dopo il crollo del Muro e la fine del Comunismo, si è proclamato la panacea di tutti i mali, “il migliore del mondi possibili”. Ma “a quanto pare la dignità della vita umana non era contemplata nei piani della globalizzazione”. Perché un sistema che condanna l’intero continente africano alla fame e alla presenza cronica della guerra; che si fa beffa di ogni garanzia sindacale; che concentra la gran parte della ricchezza  del pianeta nelle mani di pochi e invisibili tycoon della finanza non è un sistema che rispetta la vita umana. E di fronte a questo universo atroce cosa può uno scrittore? Lo scrittore dà voce agli emarginati, agli ultimi della Terra, restituendogli una speranza di salvezza; perché gli scrittori più grandi, come ha scritto Camus, “non possono schierarsi a fianco di chi fa la storia, ma al servizio di quelli che la subiscono”. E’ questa la contraddizione profonda che attraversa il libro: indignato per la povertà e l’oppressione generati dal nostro sistema economico, Sabato non smarrisce mai la forza di resistere.  La tenacia con cui quest’uomo, all’epoca più che novantenne, si aggrappa alla vita non può che meravigliarci. Nella desolazione egli  prosegue ostinato cercando quei brandelli di umanità che rendono la vita degna di essere vissuta: sono la forza con cui una madre s’aggrappa a sua figlia; il grido di d’amore di una donna fuggita dal manicomio per trovare il suo amante, o l’eroismo di quell’uomo che “durante l’incendio di una bidonville entrò tre volte in una baracca di lamiera dove erano rimasti tre bambini, finchè morì nell’ultimo tentativo”. In fondo, le qualità dell’uomo concreto, soffocate nei templi della finanza, si conservano intatte nelle periferie delle metropoli, dove regnano povertà e miseria.
L’unica e possibile redenzione non può dunque prescindere dalla dimensione dell’impegno, dal farsi carico della sofferenza dell’altro. In questo la solidarietà umana è metafisica: ponendoci al di sopra della fatalità della storia diamo un senso alla storia.  L’invito all’impegno e la riflessione sulle rovine della civiltà occidentale occupa tutta la seconda metà del libro e non risparmia nulla: dalle catastrofi ambientali alla schiavitù della droga, dai limiti della bioetica fino alla crisi economica mondiale. Ma lo spirito più autentico del libro sta nei ricordi della vita passata. Sabato fu comunista, poi rinnegato quando cominciò a diffondersi l’eco dei crimini di Stalin; studiò la fisica, che gli stava garantendo prosperità e ricchezza, ma l’abbandonò per seguire l’unica fede mai tradita: quella per l’arte e la letteratura. Profondamente influenzato dai surrealisti, Sabato racconta in romanzi altissimi, quali “Il tunnel” o “Sopra eroi e tombe”, le verità oscure e inconfessabili dell’inconscio. Al centro della sua arte c’è “quel territorio straziato in cui viviamo, amiamo e soffriamo ” che è l’anima, sospesa tra sentimenti nobili e torbide passioni irrazionali.
Lo ricorderemo così Ernesto Sabato: un uomo mai incline a compromessi, nei libri e nella vita,  sempre coraggioso, e autentico.
Alberto  Donadeo

venerdì 10 febbraio 2012

"Ho lasciato uomini e ho incontrato altri uomini". Intervista a Mbacke Gadji, scrittore e attivista senegalese.

“Ho lasciato uomini e incontrato altri uomini” E’ così che Mbacke racconta la sua vita da migrante, riportando in una dimensione umana un problema che vuol dirsi moderno e che in realtà ha origini nelle radici più profonde della nostra specie. In un mondo globalizzato, se globalizzazione non vuol dire solo collegare uomini attraverso reti virtuali, la condizione del migrante dovrebbe essere il simbolo perfetto di quei diritti che devono affermarsi come universalmente validi. E’proprio l’idea di uomo in movimento che deve rendere ogni angolo della nostra terra “interscambiabile”. Un uomo qualunque che si trovi in un pezzo d’Asia, d’Africa, che si trovi in Europa o America, percorra pure ogni centimetro di terra, ma sarà sempre un uomo con dei diritti. I fatti di attualità oggi più che mai evidenziano un mondo malato,che riduce un fenomeno antropologico e culturale quale l’immigrazione ad un semplice fattore d’ordine economico e pubblico dei paesi “ospitanti”. Dunque è sempre più rilevante l’urgenza di mettere ordine. Mentre i politici italiani, ma in generale le politiche europee cercano una soluzione contrastando “i barconi clandestini” e regolamentando i permessi di soggiorno, noi riportiamo il problema all’origine:  Che i movimenti degli esseri umani siano nuovamente dettati dalla volontà di condivisione di risorse, esperienze e culture, e non dalla necessità di sopravvivenza, dalla lotta estrema per un pezzo di pane e un tetto sotto cui dormire. 
Abbiamo deciso di dialogare su questi temi con Mbacke Gadji, scrittore e attivista senegalese, che ci ha fornito informazioni ed esperienze raccolte di prima mano. Nato a Nguith, ha lasciato il suo paese nel 1986, migrando in Francia e in Italia. Ha collaborato come pubblicista per alcune testate nazionali, dal 1996 al 1998 è stato consigliere circoscrizionale della zona 3 a Milano e attualmente collabora con il Gruppo Solidarietà Come. Ha pubblicato con le Edizioni Dell’Arco, Numbelan: il regno degli animali; Lo spirito delle sabbie gialle; Pap, Ngagne, Yatt e gli altri; Kelefa, Nel Limbo della terra e Piove Sul Ndoukouman.
Approfittando del suo ruolo di attivista, abbiamo incentrato le nostre domande sui fatti più recenti di attualità che riguardano il tema dell’immigrazione e del razzismo e dunque:  l’uccisione dei senegalesi di Firenze, il pogrom di Torino, e le vicende intorno a Casa Pound.
  • Dopo la strage di Firenze, in tanti si sono prodigati per derubricare l’assassinio di Mor  e  Modou come il gesto di un folle, piuttosto che il prodotto di una cultura xenofoba. Quanto razzismo c’è nella violenza di Gianluca Casseri, e quanta pazzia?
La strage di Firenze non è il gesto di un folle, si è trattato di una vera e propria esecuzione. È  senza alcun dubbio l’apoteosi di una cultura malata dell’estrema destra in Italia, quale l’odio razziale e la xenofobia verso le minoranze. Non si tratta di un atto singolo di uno squilibrato, il fine è  quello di creare paura, terrore;  cercare di disintegrare la coesione sociale e il processo indispensabile d’interazione che con tanta fatica si tenta di costruire nel paese. L’assassino era consapevole e, nel suo inaudito e abominevole gesto ha cercato per lo meno di distinguersi dal suo gruppo ai fini di diventare martire. La cronaca dei fatti dice che dopo la prima sparatoria “l'aggressore e' poi risalito sull'auto ed e' scappato, per ricomparire due ore dopo al Mercato Centrale, vicino piazza Duomo. Qui ha aperto il fuoco contro altri due venditori senegalesi, ferendoli”. Tentare di bollare il gesto come quello di un folle o addirittura giustificarlo è altrettanto grave e inquietante in quanto il fatto è autenticamente motivato dall’odio e dal razzismo.

  •         “ […] il console e il presidente della comunità senegalese di Bari accoglievano CasaPound Italia riconoscendo il comune dolore per la tragedia di Firenze”: queste le parole che compaiono sul sito di CasaPound Italia, nonostante l’imbroglio denunciato dal sindaco Michele Emiliano e dalla comunità dei senegalesi. Ci spieghi la tua versione dei fatti?
Il tentativo di CasaPound di discolparsi dell’assassino di fronte al console del Senegal a Bari e del Presidente dell’Associazione dei Cittadini Senegalesi di Bari e Provincia è un atto dispiacevole e di cattivo gusto. Il fatto che il console e il presidente dell’associazione siano stati presenti e abbiano condiviso il dolore con l’inviato di CasaPound è un gesto altrettanto grave. Pensando all’accaduto capiamo che c’è stato un vizio di forma in quel intervento e questo avrebbe potuto ingannare o imbrogliare, come giustamente è stato denunciato dai protagonisti. CasaPound doveva mandare un rappresentante prima di andare ad esprimere il suo dolore per l’accaduto ma soprattutto chiedere di essere ricevuta dai rappresentanti del gruppo stesso. Questi ultimi avrebbero avuto il tempo di verificare di chi trattasse. Un’altra cosa è che l’emissario del gruppo neofascista si è presentato come un membro di una Onlus di sostegno per l’Africa e che collabora con la  popolazione, ma che  dopo l’incontro invece ha comunicato l’accaduto come membro di CasaPound. La domanda  che sorge spontanea è, come mai un noto avvocato di Bari come il  console non abbia avuto  le informazioni necessarie per riconoscere nella presunta associazione Onlus i membri del gruppo di estrema destra? Devo dire che il console non ha mai smentito o rinnegato CasaPound in tutta quella vicenda. Il Presidente dell’Associazione dei Senegalesi di Bari e Provincia ha invece preso davanti a me e ad altri testimoni le distanza dall’accaduto. Ingenui, inconsapevoli o altro, mi riservo di giudicare, ma posso ribadire che la vicenda è  grave per tutti quelli che s’impegnano da sempre perché il razzismo e  le sue implicazioni siano sradicati in Italia e nel mondo.        
  •        Dopo l’ondata di proteste seguite all’incendio del campo rom di Torino il ministro Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha proposto l’assegnazione di una casa a quelle famiglie, «perché la vita in una casa favorisce l’integrazione e il superamento della provvisorietà». Come giudichi la proposta avanzata dal ministro?
La proposta del ministro è lodevole ma deve essere estesa a tutte le famiglie e agli individui in quella condizione e non solo agli abitanti del campo di Torino. Penso che la scelta di vivere in un camper per questo  “popolo del viaggio“ (nomadi per tradizione) non sia un problema, se mai, lo sono gli spazi di approdo che sono senza attrezzature adeguate (acqua, luce,docce e bagni). In qualche modo, se si ritiene giusto e opportuno di trovare un alloggio a  questa gente e a tutti i senzatetto, certamente si restituisce un diritto fondamentale:  la dignità umana prima di ogni altra cosa. Tuttavia penso  che l’integrazione (preferisco l’interazione) non sia legata al luogo in cui si vive  ma al rapporto con la cittadinanza, ossia al rispetto reciproco e al dialogo con il diverso. Se l’integrazione è abbandonare i propri usi e costumi per abbracciare quelli di un’altra cultura maggioritaria, avere una casa in mezzo alla gente potrebbe certamente essere un elemento determinante ma … Credo, anzi sono sicuro che non è questo  lo scambio o l’interazione tra due o più culture che sono chiamate a convivere.
  •         Il governo Berlusconi, nell’Aprile del 2011, aveva subito la bocciatura da parte della Corte di Giustizia dell’UE della norma che introduceva nel nostro ordinamento il reato di clandestinità. Cosa ti aspetti dal nuovo governo in termini di politiche sociali a sostegno dell’integrazione?
Il nuovo governo deve cancellare tutta la trama razzista e xenofoba del governo precedente che sotto l’impulso razzista della Lega, ha tessuto sull’immigrazione. Le politiche per una migliore e effettiva partecipazione degli stranieri partono dall’accoglienza e della solidarietà, passano attraverso una serie di provvedimenti che istruiscono, educano e formano i ragazzi per poter cogliere le opportunità sul mercato del lavoro fino alla chiusura dei centri di identificazione e espulsione, lagher dei nostri tempi.    
  •      Nel tuo ultimo libro “Nel limbo della Terra” (Edizioni Dell’Arco) affronti il problema della migrazione e della violenza in Europa. Pensi che la letteratura possa svolgere un ruolo “positivo” rispetto alla questione del multiculturalismo
 Magari sarà un’utopia ma, credo fermamente che la letteratura non sia solo per raccontare la vita dei popoli, ma che  serva anche ad indirizzarli e informarli sulla qualità e il grado di cultura che produce. Cultura che a sua volta è lo strumento della comunità per vivere meglio. Quindi posso affermare che la letteratura ha un ruolo preponderante nel processo di multiculturalismo in atto in Italia e nel mondo. I miei modesti scritti in questa disciplina vanno nella direzione di favorire l’incontro e lo scambio culturale in Italia.    
  •        Dopo l’appello lanciato dal Presidente della Repubblica  Napolitano sembra sia arrivato finalmente il momento per garantire il voto a tutti i nati in Italia. Vuoi lanciare un appello?
Vorrei che potessero votare tutti quelli che risiedono legalmente in Italia. È una prova di civiltà e di democrazia di alto livello. È giusto e doveroso l’appello del presidente della repubblica, lo salutiamo e speriamo che sia l’inizio di un processo di restituzione del diritto di cittadinanza ancora non totalmente garantito in questo nostro paese. 

 Lucia de Marco      Alberto Donadeo

domenica 15 gennaio 2012

The Artist: tornare al bianco e nero per una Decrescita Felice.

Anno: 2011, Colore: bianco e nero, Audio: muto, ecco, quando sfogliando recensioni di film, ci si ritrova queste caratteristiche, la prima reazione è: avranno sbagliato a scrivere. Ma la curiosità ti prende e continui a leggere, con gli occhi che man mano si sbarrano, un sorriso che nasce sulle labbra, e con la voglia di andare a cinema e vedere.  Chi scommette sul bianco e nero nell’era del 3D è Michel Hazanavicius, giovane regista e sceneggiatore francese, che sconvolge Cannes con il suo The Artist: ambientato negli anni 20, è la storia di un divo del cinema muto declassato da Hollywood all’avvento del sonoro,  e “risorto grazie all’amore di una donna”.  Una follia? Forse.  Ma la sensazione, a film finito, è quella di pienezza. Mi alzo dalla poltrona e sento il cuore , gli occhi, la mente, appagati. Sono soddisfatta, tiro un sospiro di serenità, e trattengo la voglia di ballare il tip tap.  Una vecchia storiella, un lieto fine prevedibile, niente colore né audio, figuriamoci effetti speciali, eppure dalla critica ai cinefili al pubblico, The Artist è sembrato geniale, e non perché con un pastiche di tecniche surclassate risveglia la nostalgia dei “vecchi tempi”, rievocati come un anziano che racconta la sua giovinezza ad un nipote. Al contrario di come molti hanno affermato, The Artist non è “l’anti Avatar”, o un omaggio al cinema con puro fine encomiastico. The Artist è la riscoperta del potere comunicativo delle immagini, riscoperta che può avvenire, e che in the Artist dunque avviene, non guardando avanti, ma godendosi la gioia di fare un passo indietro. Tornare al bianco e nero non è un’involuzione, e The Artist ne è la prova vivente. Dato il superfluo, tornare al necessario, non significa in assoluto toglierci una parte di felicità. La storia stessa del film, al di là delle tecniche cinematografiche, ci parla di questa che potrebbe essere una filosofia di vita. L’affascinante Georges Valentine, divo del film muto, è lui quello da definire “L’anti Avatar” del passato, l’uomo fuori dal mondo, di cui non accetta il famigerato “progresso”; la giovane e splendida Peppy Miller invece, portatrice del messaggio del film stesso, vive e accetta il progresso (il film sonoro), ma con esso riesce a trovare un compromesso; è disposta a fare un passo indietro, quando progresso, e crescita, non coincidono più con la felicità. Usando il linguaggio di Serge Latouche, filosofo francese contemporaneo, possiamo dire che The Artist rappresenta quella che in economia è chiamata “decrescita felice”:  abbandonare il modello capitalistico del “crescere per crescere”, rompere il paradigma occidentale del “sempre di più”, ormai diventato una macchina automatica che ha disarcionato il conducente: l’uomo. Tornare alla necessità fisiologiche, dove il crescere è mirato a soddisfare i bisogni, tornare ad una razionalità dei consumi senza l’isteria collettiva del possesso del bene materiale. La chiave di svolta per la crisi del XXI secolo potrebbe essere imparare a limitare il superfluo, e riscoprire la gioia del necessario. La felicità potrebbe essere un sogno, ma sognato in bianco e nero.
Lucia de Marco

giovedì 29 dicembre 2011

2011: un anno in 20 date

12 Febbraio
Comincia la primavera Araba, l’Egitto è libero, cade Mubarak
11 Marzo
Terremoto in Giappone: emergenza nucleare nella centrale di Fukushima
17 Marzo
L’Italia festeggia 150 anni di unità nazionale
2 Maggio
Osama Bin Laden è ucciso da un blitz delle forze statunitensi. La folla in festa a New York.



15 Maggio
Cominciano le proteste degli Indignati in Spagna
12 Giugno
Vincono i SI nel referendum abrogativo sull’acqua pubblica, il nucleare e il legittimo impedimento
22 Luglio
Strage del campus laburista di Oslo, la Norvegia piange 68 morti
25 Luglio
Crolla il rating greco, il default è certo. Guerriglia urbana ad Atene
5 Agosto
La BCE censura i conti pubblici italiani e invia una lettera al governo Berlusconi, resa nota solo il 29 Settembre
17 Settembre
La protesta Occupy Wall Street, a Zuccotti Park
3 Ottobre
Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono assolti dalla corte d’appello di Perugia
5 ottobre
Muore Steve Jobs, fondatore della Apple Inc.
15 Ottobre
 Manifestazione degli Indignati: i Black Block devastano Roma
20 Ottobre
Il dittatore libico Gheddafi muore ucciso dai ribelli
1 Novembre
L’italiano Mario Draghi diventa presidente della BCE
4 Novembre
La Liguria messa in ginocchio dall’alluvione. A sinistra i volontari a lavoro, gli angeli del fango.
12 Novembre
Berlusconi consegna le dimissioni, la folla in giubilo a Montecitorio
16 Novembre
Il governo Monti presta giuramento








10 Dicembre
120.000 manifestanti creano il più grande movimento di protesta contro Putin
18 Dicembre
Le truppe statunitensi lasciano l’Iraq.











A voi di aggiungere altre date che ritenete rilevanti ma da noi tralasciate.

domenica 18 dicembre 2011

Torino e Firenze: quando l’integrazione non s’ha da fare.

Mai storia fu più attuale di quella di Renzo Tramaglino e di Lucia Mondella.  Lo sforzo immaginativo necessario  è spostare il paesaggio dal lago di Como al tratto di Po che attraversa Torino, e il gioco è fatto. Il piccolo pogrom dello scorso 10 Dicembre non è che il sunto dei terribili topoi arcaici  del nazionalismo italiano, evidentemente mai superati. Quando anche il romanzo dei romanzi, simbolo dell’Italia unita,  quale i Promessi Sposi gira intorno al tema della donna violata dal barbaro straniero,  solo un amaro sorriso di sdegno può accompagnarmi mentre seguo la cronaca dei fatti.  Il tema risorgimentale della donna violata è paradossalmente molto caro alla Lega Nord che cavalcando l’onda del populismo e dei luoghi comuni, riaccende l’orgoglio virile, puntando all’emotività degli ignoranti.  La rozzezza del branco di maschi pronto a difendere le “nostre” donne dallo straniero  e  la “purezza” della discendenza è un orrore alimentato anche dall’aggressiva campagna propagandistica della Lega Nord che ha inculcato il modello dello stupro dello straniero ai danni delle donne italiane.  Tesi quanto mai confermata dalla versione dei fatti inizialmente riportata dalla ragazza, a seguito del presunto stupro: nella mente dell’ingenua,  specificare che l’autore della violenza sessuale fosse un rom, un immigrato, un profugo,  era  quanto mai più verisimile che accusare un uomo x qualunque, privando la descrizione del particolare sulla “razza”.   Ma il remake moderno della pia Lucia è quanto mai significativo: portatrice di un valore di castità non sentito, ma tramandato ed imposto da una realtà filtrata ancora da categorie interpretative non più riproponibili, o almeno non più in questa forma.  Accanto alla giovane vergognosa della “verginità perduta” , il fratello protettore, più che mai esaltato dall’odio razziale, che si lancia  nella difesa dell’innocente. Michele Serra nell’Amaca del 14 Dicembre, giustamente richiama l’immagine del “fuoco sacrificale”, che incendiando  il campo rom avrebbe nuovamente purificato la giovane dalle mani nere e sporche dello straniero.  La tensione eroica e titanica dei giovani torinesi si distrugge con un colpo di scena tragi-comico, e con un totale rovesciamento dei ruoli: le ammissioni sconcertanti della ragazza mettono in luce tutti i paradossi e le contraddizioni del nostro tempo.   Pochi giorni dopo, gli avvenimenti di Firenze completano il quadro felice di un’Italia umiliata da un’involuzione culturale e sociale, ancora costretta negli spazi angusti  della xenofobia. La dignità delle lacrime dei giovani senegalesi riuniti intorno ai morti non fa che evidenziare l’esigenza di un atto di mea culpa, di un atto di profonda e sincera umiltà, che sola può essere il primo passo per una cultura di pace fra i popoli.
Lucia de Marco

Bibliografia: "Dell'uso pubblico del Risorgimento, e di un'antologia di documenti" Alberto Mario Banti, Ed. Laterza 2010

giovedì 1 dicembre 2011

Decapitati e felici: come la crisi può cambiare il ruolo del leader.

Sic transit gloria mundi” Così chiosava Berlusconi poche ore dopo l’assassinio di Gheddafi per mano dei ribelli libici. E’ più o meno la stessa cosa che abbiamo pensato tutti di lui, quando saliva al Quirinale per rassegnare le dimissioni , per poi scappare a bordo della sua auto blu braccato dalla folla in giubilo. Il re è nudo.  La farsa del giullare nei palazzi di potere è finita e nonostante lui continui a giurare di voler raddoppiare il suo impegno e di non volersi affatto tirare indietro l’immagine dell’uomo politico resta stavolta irrimediabilmente compromessa.
C’è un’attrazione fatale per il leader finalmente uomo, il capo sdivinizzato.  Davanti al Quirinale, come a Piazzale Loreto, agli italiani sembra non manchi mai la passione irresistibile di voler infierire sull’uomo a cui abbiamo dato tutto, e che adesso ripudiamo profondamente indignati.  Costruiamo monumenti, issiamo bandiere e poi li abbattiamo. Quanto è breve il tempo che impieghiamo per distruggere le verità dei nostri profeti. Ma il Capo non può scappare al suo destino inevitabile: osannato e poi tradito. Cosa ci lega così profondamente al leader, quali istinti insopprimibili ci fanno inseguire l’uomo della Provvidenza?
Eppure tutto il mondo sta vivendo un progressivo indebolimento delle leadership forti, soprattutto la politica. Gli indignados non hanno leader, non ci sono profeti perché l’organizzazione è paritaria fin dalle sue fondamenta: sui social network, dove il movimento si sostanzia oltre che nelle piazze, non esistono titoli: “tu vali quanto me e la mia parola vale quanto la tua”.
 A Zuccotti Park, assembramento degli “Occupy Wall Street” Roberto Saviano ha urlato il suo intervento senza microfono perché tutte le amplificazioni sono bandite. Non si riesce davvero ad immaginare qualcosa di più sovversivo di tutto questo: un movimento veramente libero perché –l’istinto ci dice così–  una società libera sussiste solo laddove non ci sia nessuno più importante dell’altro. I partiti soffrono moltissimo questa mutazione e cercano di stare al passo dei nuovi linguaggi partecipando ai dibattiti sulle comunità virtuali: ciononostante noi continuiamo ad identificare il programma con il segretario di partito, il movimento con la figura cui fa capo.
Non il riformismo o la sinistra radicale ma Bersani e Vendola; non il centro e la destra neo-liberista ma Casini e Alfano. Se c’è qualcosa che i movimenti devono insegnarci è il primato delle idee su quello delle ragioni individuali. Può essere questo un nuovo modo di fare politica che non debba necessariamente tornare al voto ideologico, ma che faccia del confronto tra i programmi e non tra gli uomini il terreno del dibattito. Non guardiamo nostalgici all’assemblearismo anni ’70 ma crediamo che la verità possa emergere semplicemente dal basso se non si delega sempre ai signori dei palazzi di potere il diritto di decidere.
Immaginare scenari di questo tipo è forse ancora un po’ precoce. I nostri bisogni più profondi ci spingono a fidarci dell’Uno, la persona carnale, magari filtrata dallo schermo del televisore, e quindi fittizia, ma l’Uno individuato.  Beato chi non ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Purtroppo noi continuiamo a non poterne fare a meno.

Alberto Donadeo