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giovedì 1 dicembre 2011

Decapitati e felici: come la crisi può cambiare il ruolo del leader.

Sic transit gloria mundi” Così chiosava Berlusconi poche ore dopo l’assassinio di Gheddafi per mano dei ribelli libici. E’ più o meno la stessa cosa che abbiamo pensato tutti di lui, quando saliva al Quirinale per rassegnare le dimissioni , per poi scappare a bordo della sua auto blu braccato dalla folla in giubilo. Il re è nudo.  La farsa del giullare nei palazzi di potere è finita e nonostante lui continui a giurare di voler raddoppiare il suo impegno e di non volersi affatto tirare indietro l’immagine dell’uomo politico resta stavolta irrimediabilmente compromessa.
C’è un’attrazione fatale per il leader finalmente uomo, il capo sdivinizzato.  Davanti al Quirinale, come a Piazzale Loreto, agli italiani sembra non manchi mai la passione irresistibile di voler infierire sull’uomo a cui abbiamo dato tutto, e che adesso ripudiamo profondamente indignati.  Costruiamo monumenti, issiamo bandiere e poi li abbattiamo. Quanto è breve il tempo che impieghiamo per distruggere le verità dei nostri profeti. Ma il Capo non può scappare al suo destino inevitabile: osannato e poi tradito. Cosa ci lega così profondamente al leader, quali istinti insopprimibili ci fanno inseguire l’uomo della Provvidenza?
Eppure tutto il mondo sta vivendo un progressivo indebolimento delle leadership forti, soprattutto la politica. Gli indignados non hanno leader, non ci sono profeti perché l’organizzazione è paritaria fin dalle sue fondamenta: sui social network, dove il movimento si sostanzia oltre che nelle piazze, non esistono titoli: “tu vali quanto me e la mia parola vale quanto la tua”.
 A Zuccotti Park, assembramento degli “Occupy Wall Street” Roberto Saviano ha urlato il suo intervento senza microfono perché tutte le amplificazioni sono bandite. Non si riesce davvero ad immaginare qualcosa di più sovversivo di tutto questo: un movimento veramente libero perché –l’istinto ci dice così–  una società libera sussiste solo laddove non ci sia nessuno più importante dell’altro. I partiti soffrono moltissimo questa mutazione e cercano di stare al passo dei nuovi linguaggi partecipando ai dibattiti sulle comunità virtuali: ciononostante noi continuiamo ad identificare il programma con il segretario di partito, il movimento con la figura cui fa capo.
Non il riformismo o la sinistra radicale ma Bersani e Vendola; non il centro e la destra neo-liberista ma Casini e Alfano. Se c’è qualcosa che i movimenti devono insegnarci è il primato delle idee su quello delle ragioni individuali. Può essere questo un nuovo modo di fare politica che non debba necessariamente tornare al voto ideologico, ma che faccia del confronto tra i programmi e non tra gli uomini il terreno del dibattito. Non guardiamo nostalgici all’assemblearismo anni ’70 ma crediamo che la verità possa emergere semplicemente dal basso se non si delega sempre ai signori dei palazzi di potere il diritto di decidere.
Immaginare scenari di questo tipo è forse ancora un po’ precoce. I nostri bisogni più profondi ci spingono a fidarci dell’Uno, la persona carnale, magari filtrata dallo schermo del televisore, e quindi fittizia, ma l’Uno individuato.  Beato chi non ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Purtroppo noi continuiamo a non poterne fare a meno.

Alberto Donadeo