Mentre scrivo, la rete e i giornali continuano nell’infinita riproduzione delle immagini di Genova. Dalla disperazione delle famiglie dei caduti, alle polemiche contro il sindaco Vincenzi, una sorta di paralisi del pensiero non fa che identificarmi in quegli attimi, in quella giornata di morte. Certo, i mezzi di comunicazione ci hanno ormai abituato a scene apocalittiche: tsunami, alluvioni, terremoti, uragani. Ma queste immagini spesso rimangono profondamente virtuali così lontane dalla nostra realtà quotidiana, che è difficile dirsi “potevo essere io”. Le strade di Genova invece, non sono poi così diverse da quelle della nostra città e in automatico scatta il confronto: loro come noi. Sono queste le situazioni in cui nascono sentimenti di profonda solidarietà, dalla Thailandia a Genova, spogliati da tutte le caratteristiche particolari, rimaniamo tutti umani sospesi fra terra e cielo. Ed è da queste riflessioni che nascono le domande che col senno di poi ci si pone: come si poteva prevenire? Qualcuno ha la colpa? Un paese civilizzato come l’Italia crolla dopo un giorno di pioggia, è possibile? Credo che il punto di partenza per la risposta a queste domande sia una, ed una soltanto: l’uomo che si crede padrone del mondo, si è dimenticato della natura. A sostegno della mia tesi cito un articolo illuminante pubblicato il 6 Novembre 2011 su Repubblica da Michele Serra: “Alterniamo la rimozione totale, da urbanizzati che credono di avere addomesticato per sempre il mondo, di averlo imprigionato in un palmare o in un cruscotto d’auto; a una visione idealizzata, arcadica, sdolcinata della natura […] Cavalchiamo una tigre (vulcani, terremoti, maremoti, alluvioni) come se fosse un gattino. Costruiamo case sul ciglio di fiumare infide e piangiamo quando l’acqua se le ingoia. Lasciamo morire gli alberi senza rimboschire, e rimaniamo sbalorditi quando l’acqua ci piomba addosso precipitando lungo pendici glabre. Siamo come i turisti della domenica che salgono i monti in mocassini, scivolano e muoiono: ma lo siamo tutto l’anno, ogni giorno.” Ed è proprio a questo proposito che parlo di un’educazione ambientale: un cambiamento culturale che ci porti nuovamente ad un’armonia con la natura, a riconoscerne la forza e la potenza e dunque a trovare con essa un compromesso. I cambiamenti climatici sono in atto e le tragedie che al giorno d’oggi si verificano sono dovute in gran parte all’incuria e all’indifferenza dell’uomo urbanizzato, che dimentica che sotto l’asfalto delle sue autostrade c’è terreno, che sotto le ali del suo aereo c’è aria e vento, che sotto le sue navi c’è mare. Un’educazione ambientale diffusa avrebbe evitato di costruire su suoli di dissesto geologico, avrebbe invogliato i cittadini ad ascoltare il messaggio di emergenza annunciata, avrebbe già creato un piano di emergenza e di sicurezza per le zone a rischio. L’Italia deve sempre pagare un costo di vite umane per accorgersi della scarsa applicazione e diffusione delle proprie leggi? Come all’Aquila, anche questa volta emerge il barbaro consumo di un territorio fragile, il disboscamento di quegli alberi che avrebbero potuto rallentare la furia dell’acqua, l’incuria del territorio, l’edilizia abusiva. Gli eventi di questo giorni mettono a nudo nuovamente le responsabilità di tutti: del governo, della protezione civile, e di ogni singolo cittadino: impariamo dal Giappone e dagli Stati Uniti, rimbocchiamoci le maniche con la speranza di una nuova e condivisa consapevolezza ecologica.
Lucia de Marco