venerdì 2 novembre 2012

Tra poche ore sarò schifato- La morte di Pasolini



Sarò schifato perché anni fa è morto un uomo, massacrato a calci e bastonate, lasciato a marcire alla periferia di Ostia.
Sarò schifato perché storie di sesso omosessuale, prostituzione, tapparono i nasi - ma soprattutto gli occhi e le menti - troppo raffinati per scavare un po’ in una tale sentina morale, troppo raffinate per vedere dietro il bastone che ha colpito un braccio molto più lungo. Era una storia sbagliata, per dirla alla De Andrè.

Ma per tutto ciò, per la morte di Pasolini, potrei essere semplicemente triste, dispiaciuto, arrabbiato.

E’ infatti solo tra qualche ora che sarò pienamente schifato.

Quando qualcuno vorrà cercare di inquadrare la pulsione critica e analitica di Pasolini nel quadretto preconfezionato di un intellettuale di sinistra e maledetto, dedito ai vizi del sesso, del vino. (o della vita?)
Sin troppo facile.
Parlando di Pasolini entriamo subito in labirintici percorsi.
Troppo spesso la sua immagine è stata forma di ‘maledettismo’, noi abbiamo invece la possibilità di restituire la grandezza di questo personaggio.
Un poeta che fa della poesia uno spazio prezioso, ineffabile. La poesia diventa dialetto, corporeità estrema, sessualità. [Nichi Vendola]

Quando qualcuno ripeterà fazioso le puntigliose parole di “Vi odio cari studenti”, riducendo un pensiero così profondo ad un additare “buoni” e “cattivi”.
E nessuno ricorderà il commento dello stesso Pasolini: “nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo. [...] il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità di fare anche di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come ghetti particolari, in cui la qualità di vita è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università.

Quando qualcuno parlerà sciattamente del “poeta delle borgate”, dando l’immagine di un Pasolini al limite del folkloristico, che gioca all’intellettuale filantropo.
Ci si dimentica invece che solo la ricerca profonda e cieca della Cultura, del Sapere, della comprensione di qualcosa di più, ha portato Pasolini a indirizzare la sua ricerca verso l’Uomo e vivere tra uomini
   che non mi sono fraterni, eppure sono
    
    fratelli proprio nell'avere
    passioni di uomini
    che allegri, inconsci, interi
    
    vivono di esperienze
    ignote a me. Stupenda e misera
    città che mi hai fatto fare
    
    esperienza di quella vita
    ignota: fino a farmi scoprire
    ciò che, in ognun, era il mondo.

[PP. Pasolini, Il pianto della scavatrice]


Il problema è che non basta essere d’accordo con Pasolini.
Perché veramente nella sua poesia il sentire umano e la parola convivono, “non c’è la profezia laica ma c’è solo l’onestà straordinaria del connubio tra vita e scrittura”.
E quindi anche di me sono un po’ schifato: ora che metterò da parte queste parole e tornerò a vivere con quegli stessi paraocchi che mi porto dietro sin dalla nascita.

Federico Labriola 


giovedì 1 novembre 2012

Guida ai politologi virtuali


Sono ovunque, ovunque.
Qualsiasi sito, qualsiasi profilo, qualsiasi blog, ci sono loro: i politologi virtuali. Non mi riferisco a chi prova ad abbozzare “in privato” delle riflessioni per confrontarsi con i propri amici: è un ottimo modo di esporsi e imparare a dialogare. Non mi riferisco a quelle grandi pagine dedite all’informazione “libera” o “anticasta”: in fondo chi si occupa di quelle pagine lo fa a tempo pieno, ha l’occhio fisso sul counter delle visite e almeno si prende spesso la briga di fare interventi strutturati. Io parlo di un’altra specie: senza precise idee politiche, veloci nel commentare, pronti ad insultare o a diffondere “il verbo”.
Il politologo d’assalto: spunta come un fungo, commentando con sdegno da Alessandria le elezioni comunali di Molfetta, incriminando Renzi di non aver fronteggiato il mostro di Firenze, sostenendo che se guadagni più di 800 euro al mese non hai il diritto di parlare e....sì, chiaro: sei un massone!

Il politologo propositivo: inizia la maggior parte dei suoi interventi con: “C’è solo una cosa da fare...”. 
A questo punto, puoi anche aspettarti che proponga qualcosa di semplice, al limite ingenuo, ma realizzabile. E invece i suoi consigli sono: tutti a casa; tutti ai lavori forzati; bruciamo le banche boicottiamo le pompe di benzina; tutti i politici con 500 euro al mese; non paghiamo i debiti sovrani.Insomma, con certi statisti su Facebook, ti chiedi sempre come mai perdano ancora tempo dietro il computer e non conquistino il mondo.


Il politologo ripetitivo: ha fatto del detto “repetita iuvant” la sua filosofia di vita. Dal sito delle monache di clausura a “Quelli che il calcio”, continua a spargere link sull’uso medico della cannabis, sui complotti pluto-massonici, sul perché in Italia la benzina costa di più, su come ci stanno fregando tutti.


Perché questa carrellata?
Perché queste persone pensano di essere portatrici di una mente e di uno spirito critico, di essere i soli non assoggettati alle logiche dei potenti e del sistema.
E proprio ora che dire cose “anticasta” sembra un must irrinunciabile per tutti (politici compresi!), sento la pulsione di fare esattamente il contrario. Sento il bisogno di dire che forse dovremmo capire che è più utile spendere un pomeriggio al mese nella sede di una qualsivoglia associazione politica, piuttosto che tenere a tempo pieno comizi su internet. Sento il bisogno di dire che ci sono anche ragioni fondate per cui i politici debbano avere uno stipendio, anche di un certo ammontare.
Sento il bisogno di dire che se non ci prendiamo la briga di uscire una domenica mattina, un paio di volte al lustro, per votare, tutti i nostri appelli del tipo “non ci meritiamo questa classe politica”, meriterebbero come risposta una sonora pernacchia.


Federico Labriola

sabato 27 ottobre 2012

Cervelli fuori sede, futuro cercasi.




Sono cervelli emigranti a bordo di un aereo . Destinazione: lì dove un occupazione c’è. Un’ Italia limite per menti dal multiforme ingegno? A quanto pare il ‘’Bel Paese’’ sembra star stretto ad un numero sempre maggiore di giovani studenti. E’ il popolo invasore  per eccellenza quello dei cervelli zelanti in fuga, alla spasmodica ma doverosa ricerca di un lavoro che non c’è , di un futuro da ritenersi  fortunato se ricevi la pensione in età (oggi considerata)  prematura.
Si parla di una disoccupazione giovanile pari alla  cifra record del 34,6 %, di una meritocrazia quasi inesistente e di una invisibile gerontocrazia.
Pare siano loro i ‘’genitori’’ di quello che chiamiamo ‘’brain drain’’, fenomeno insistente, ormai all’ordine del giorno. Dati statistici affermano che il numero delle matricole universitarie è sceso del 15% in quelli che sono stati i nostri ultimi otto anni,con un tasso di abbandono del 23% nel primo anno di studi e di un 30% nel secondo anno.
E’ l’esodo delle menti dai grandi talenti, è la perdita costante di un patrimonio giovanile in fuga, lo spaccato di una società anziana, dove i giovani sono soltanto giovani. Una generazione sottovaluta perché ritenuta ingenua, o probabile egocentrismo delle figure al potere nel cedere un futuro meritevole ad una generazione altrettanto tale? Un cervello oratore in fuga direbbe così :’’io sono un pittore e dipingo soltanto l’amore che vedo e alla società  non chiedo che la mia libertà ”(The Bachelors)
E il pittore che l’ dipingeva, in un Paese ideale, sognatore, ma fondamentalmente giovane, pare che oggi giorno sia suo malgrado destinato a dipingere una società di cervelli sempre meno“choosy”. 
Sarebbe questo lo spassionato e altrettanto sincero consiglio del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero. Caro Ministro, le pare averci fornito una soluzione astuta? Siamo cittadini di un sistema marcio  al quale ci tocca doverosamente appartenere, dove non è concesso compiacersi di un futuro colmo di passioni  . Quello della sensibile Fornero sembra essere un invito alla resa, al farsi bastare “quello che passa il convento’’. Lei , Ministro Fornero, se la farebbe bastare un’Italia cosi? La verità è che essere ''choosy'' oggi giorno è uno dei pochi lussi gratuiti ancora in circolo. Non sarà che volete tagliarci anche questo?!


Mariacristina Lattarulo

lunedì 22 ottobre 2012


I giovani italiani, orfani e rottamatori.


La parola in tempo di crisi conserva in sé un nocciolo di verità tramandata dalla tradizione, un significato puro e originario che se pur sotterrato da cumuli di cianfrusaglie ingombranti e polverose, può tornare a nuova luce e far chiarezza sul nostro presente, a tratti più oscuro del passato stesso.
“Giovane”, dal latino iuventus, colui che può giovare, ben si sposa col termine “ricambio”, dal tardo latino cambiare, rendere il cambio o il merito, trasformazione di uno stato di cose per via naturale, o indotta.
Un ricambio generazionale è dunque un cambiamento che può giovare? 
Oggi è difficile poter affermare con certezza che l’equazione “giovane”  uguale “migliore” sia esatta. Resta un’incognita vacante nel nostro paese che oscilla fra “i giovani d’oggi non sono quelli di una volta” gonfia di un moralismo ipocrita, e un giovanilismo spietato che addirittura si è tradotto in politica nel termine ben noto di  “rottamazione”. Perché il ricambio generazionale resta  “ l’utopia di un’ Italia immobile”? Perché la trasformazione di uno stato di cose non può esplicarsi per vie naturali, ma solo indotte,  solo con una sorta di “parricidio” forzato?
Vi sono numerose cause di tipo sociologico e antropologico che determinano questa incapacità di rinnovamento , caratteristica ormai strutturale del nostro paese.
L’allungamento della vita media ha in qualche modo procurato un “ritardo dei giovani”, o semplicemente si è spostata la soglia massima per la quale una persona possa essere definita “anziana “o “giovane”?  Poco importa la risposta, il dato oggettivo è che l’11% della forza lavoro del nostro paese, compresa in una fascia fra i 15 e i 34 anni , né lavora, né studia, ed è questa che oggi definiamo la categoria dei NEET (  Not in Education or in Employment Training), la così detta “generazione perduta”, la “generazione dei senza”, indicata dalla Commissione europea come uno dei principali “focolai del disagio sociale”.
Il dato interessante è che se l’allungamento della vita media possa definirsi a livello internazionale tanto che il nostro secolo è stato definito il “secolo dei vecchi”, ciò non implica che in tutti i paesi la soglia giovanile si sia spostata. In Italia gli “under 35” al potere sono lo 0,1 %, in Germania il 14%, e spostandoci in ambito extraeuropeo arriviamo alla Cina col 30%. In più il tasso di disoccupazione giovanile del nostro paese, nel secondo trimestre del 2012 ha toccato il 33% a fronte del 7, 9% della Germania, e dell’8,3% dell’Austria.
 Una sorta di condanna all’eterna giovinezza che costringe milioni di italiani a “consumare senza mai avere il diritto di produrre”, a vivere di lavori precari, alle spalle della famiglia, e senza prospettive di futuro, sino alla soglia dei 35 anni.
A questa frustrazione dovuta ad uno stato parassitario permanente e forzato si aggiunge lo spettacolo pietoso della classe dirigente italiana, immobile, improduttiva e corrotta allo stesso tempo.  La condanna alla passività diventa ancor più insopportabile se chi occupa il tuo posto di lavoro, non solo è più anziano, ma, arroccato sulla poltrona del potere, contribuisce in maniera decisiva alla decadenza politica e sociale oltre che economica del tuo paese, da più di trent’anni.
Se il buon senso vuole che “il migliore” vada avanti a prescindere dall’età anagrafica, l’esasperazione dei giovani italiani romperà gli argini come un fiume in piena trasformando il “ricambio” in “rottamazione”.  Il desiderio di riscatto e di dichiarare il definitivo fallimento dei “vecchi”, non permette un naturale succedersi delle generazioni, e dunque porta al corrente luogo comune che ciò che giovane è anche migliore. 
In “Mai devi domandarmi” Natalia Ginzburg scriveva: “è estinta o si sta estinguendo la stirpe dei padri. Da tempo orfani, noi generiamo degli orfani, essendo stati incapaci di diventare noi stessi dei padri. Non è forse l’incapacità di ogni generazione di padri a rispettare il diritto delle future generazioni a generare infinite schiere di figli orfani e rottamatori?

Lucia de Marco


Fonti:
-"La parola Ricambio", di Carlo Galli per Repubblica.
-"Il ricambio generazionale: l'utopia di un paese immobile", di Elisabetta Ambrosi, www.italianieuropei.it
- "Nè a scuola nè il ufficio, l'Italia dei giovani sfiduciati" di Geraldine Schwarz, per R2 di Repubblica. 

martedì 25 settembre 2012

Perché Camus non mette d’accordo nessuno




Nei momenti più oscuri del nostro nichilismo, ho cercato soltanto le ragioni per superare quel nichilismo. E non per virtù, né per rara elevatezza d’animo ma per istintiva fedeltà a una luce in cui sono nato e dove gli uomini hanno imparato da millenni a salutare la vita anche nella sofferenza
A.C.

Non c’è pace per Camus. Un articolo del 17 Settembre scorso apparso sul Corriere della Sera riferisce delle accese polemiche sulle celebrazioni del centenario della nascita dello scrittore algerino. Resta ora vacante il posto di organizzatore della mostra che gli sarà dedicata nel Novembre del 2013 ad Aix-en-Provence. Il compito, prima affidato da Cathrine Camus, figlia dello scrittore, a Benjamin Stora ed ora abbandonato anche dal filosofo Michel Onfray , non riesce a trovare il giusto interprete. Stora, storico colonialista, era stato licenziato per le pressioni della Destra di Aix-en-Provence, per le sue posizioni sul ruolo avuto da Camus nella lotta per l’indipendenza algerina. Strenuo difensore della convivenza tra arabi e pied-noirs, Camus osteggiò fortemente la politica repressiva dell’amministrazione coloniale francese nei confronti degli “indigeni”, senza però mai fomentare le pulsioni terroristiche del Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Onfray, trovando per contro le diffidenze della Gauche e del ministro della cultura Aurélie Filippetti, ha deciso di rinunciare all’incarico. Parlando di “nave dei folli”, Onfray ha denunciato le macchinazioni e le ipocrisie di una vera e propria guerra civile nel mondo della cultura francese. Uno scenario tristissimo che certamente non rende onore all’onestà intellettuale di Camus. A tutto ciò fa eco il dibattito turbolento in Algeria sulla vicinanza dello scrittore alla causa dell’indipendenza. Totem del colonialismo francese o difensore del popolo arabo? La figura dell’autore de “La Peste” continua a dividere e a suscitare accanite opposizioni. 
Riferimento della sinistra comunista, e “annesso” da Comunione e Liberazione nel tradizionale meeting riminese del 2010: il paradosso rende bene l’idea della difficile collocazione di uno spirito libero e anarchico. C’è probabilmente una ragione profonda nell’impossibilità di ridurre il pensiero di Camus a scorciatoie dogmatiche e semplificazioni faziose. Il vestito messo a “L’Uomo in rivolta” è troppo stretto.
Come scrive in uno dei saggi de L’Estate “ogni mutilazione dell’uomo può essere soltanto provvisoria e non si serve in nulla l’uomo se non lo si serve tutto intero.” Alla dottrina Camus antepose sempre l’uomo, tutto intero, con le sue esaltazioni e le sue bassezze, i suoi amori e suoi crimini. Di fronte alle guerre e alla distruzione del suo secolo grondante di sangue, Camus non dimentica la bellezza delle spiagge sabbiose dell’Algeria, il sole accecante del Mediterraneo che illumina e abbaglia. “Al centro della mio opera” disse “c’è un sole invincibile”. Un’infanzia vissuta nella miseria non gli poté impedire di godere dello splendore del suo paese; uno splendore che portò sempre nel cuore per tutta la vita. E’ questo ciò che lo distingue fondamentalmente da tanto pessimismo diffuso tra gli intellettuali del suo tempo.
Il Novecento è stato il secolo della totalità: il nichilismo getta l’uomo a capofitto nell’inferno della guerra, e della rivolta per la conquista di una salvezza assoluta. Ad una giustizia parziale l’uomo preferisce una ingiustizia generalizzata. Ma nessun ideale giustifica l’omicidio; la speranza di una salvezza di là da venire non garantisce a nessuno il diritto di armare la propria mano.
Nel secolo della totalità egli rivendicò il valore della misura. La Nemesi, nell’antica Grecia non è la Dea della vendetta ma quella della misura, che punisce chi varca il limite. Il grido della rivolta, alla lunga, irrigidisce il cuore, e l’uomo che protesta finisce per dimenticare le ragioni del suo stesso dolore.  La ricerca della giustizia invece impone invece di tenere lo sguardo sul confine indistinto che separa la luce dall’ombra, la bellezza dalla morte. Denunciare l’ingiustizia, senza voltare le spalle alla luce: questa la via spirituale di Camus per una salvezza terrena. Ed è forse proprio la fedeltà alla misura che spiega le apparenti ambiguità sulla questione algerina: Camus non smise mai di credere nella possibilità di una serena convivenza tra il popolo algerino e i francesi. Tuttavia, solo la parità dei diritti, una Costituzione e un Parlamento indipendente avrebbero potuto portare ad una serena risoluzione del conflitto. L’ostracismo dei pied-noirs avrebbe reso impraticabile questa via, spingendo gli algerini alla rivendicazione armata, condannata da Camus senza mezzi termini. 
Annettere Camus alla propria causa resterà un’impresa ardua, ma non  ce ne dogliamo. Non è forse questa la più autentica certificazione della forza di un uomo che, più che a tutto il resto, aspirava alla pace e alla libertà?

Alberto Donadeo

Fonti:
-Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1944-1947” Albert Camus, I Edizione Bompiani2010
-“L’Estate e altri saggi solari” Albert Camus  II Edizione Tascabili Bompiani 2010
-“Una nuova guerra d'Algeria per il centenario di Camus” Stefano Montefiori, Corriere della Sera 18 Settembre 2012   
-“Albert Camus, the outsider, is still dividing opinion in Algeria 50 years after his death” Peter Beaumont, The Observer 28 Febbraio 2010, www.guardian.co.uk